Nel libro “Vittime perfette e la politica del gradimento”, lo scrittore Mohammed El-Kurd smantella un’ipocrisia tutta occidentale: per essere pianto e supportato, il palestinese deve essere docile, trasformato in una “vittima perfetta” e spogliato della sua rabbia politica. Rifiutare questo copione significa riappropriarsi del diritto a resistere, rivendicando la propria umanità senza chiedere il permesso. Questa ribellione oggi si traduce materialmente in ciò che Anna Meli, presidente di COSPE, ha definito “economia di resistenza” introducendo il talk “L’economia che resiste. Donne, comunità e innovazione sociale in Palestina”. Si tratta di una rete vitale e informale di autosufficienza strutturata per contrastare un’occupazione che mira alla cancellazione di un intero popolo.
L’asfissia dell’occupazione e l’apartheid quotidiano
Questa ostinata economia di resistenza è l’antidoto a una morsa militare che toglie letteralmente il respiro. L’aria, a Gaza, ha iniziato ad avere il sapore del veleno: Islah Jad, professoressa associata alla Birzeit University, ha descritto l’orrore di aerei israeliani che, nel cuore della notte, hanno sganciato barili colmi di una schiuma tossica provocando atroci crisi respiratorie ai bambini nel sonno. In Cisgiordania, questa asfissia si traduce in un reticolo di oltre mille checkpoint, nel blocco dei salari e nelle scorribande di coloni armati che bruciano ulivi secolari e distruggono le tubature idriche. L’obiettivo, sottolinea la professoressa, è sradicare i palestinesi fisicamente e culturalmente, appropriandosi persino del loro cibo e del folklore. Una realtà che Jamil Daraghmeh, coordinatore progetti di COSPE in Palestina, definisce un brutale sistema di “apartheid” in corso da 75 anni, dove l’uso dei social media può costare mesi di carcere e il terrore è la regola quotidiana.
Innovazione sociale dal basso: le soluzioni delle comunità palestinesi
Laddove l’oppressione cerca di azzerare la vita, la società palestinese risponde architettando la propria sopravvivenza. Lama Amr, direttrice esecutiva e cofondatrice di BuildPalestine, ha portato storie di formidabile innovazione dal basso. Contro la paralisi dei checkpoint, un giovane sviluppatore ha ideato Where are we going?, un’app alimentata in crowdsourcing tramite Telegram per mappare le chiusure militari, facendo risparmiare tempo e pericoli alla popolazione. A Salfit, contro il severo razionamento idrico, Baker Bozeyeh ha inventato Flowless, un sistema di contatori intelligenti per individuare le perdite e controllare l’irrigazione a distanza, preservando i contadini dal rischio di incrociare i coloni. A Gaza, ha aggiunto Amr, iniziative come Child Smile utilizzano i giochi di ruolo (LARP) all’interno di spazi teatrali per aiutare i bambini a elaborare i traumi della guerra, permettendo loro di reimmaginare ciò che hanno vissuto per ridurre lo stress e trovare percorsi di guarigione.
Il progetto Ibtkar di COSPE: reti sociali e solidarietà concreta
Per evitare che questi atti di resistenza collassino sotto il peso della guerra, è vitale un ecosistema finanziario che li renda indipendenti da aiuti umanitari condizionati dalle logiche geopolitiche. Daraghmeh ha spiegato come COSPE si concentri proprio su questo, in particolare attraverso il progetto Ibtkar (promosso con Oxfam e Banca Etica). Ibtkar finanzia e forma le cooperative di solidarietà, supporta l’agricoltura verde e promuove l’inclusione finanziaria. Si tratta di un salvagente cruciale per donne palestinesi che, come ricorda Daraghmeh, dopo il 7 ottobre hanno dovuto prendere le redini economiche di 300.000 famiglie a cui Israele ha improvvisamente negato l’accesso al lavoro. Sostenere queste reti non è semplice carità, ma un atto di liberazione: perché, come ricorda Lama Amr, la vera solidarietà non si ferma alla compassione astratta, ma si traduce in un sostegno economico e politico concreto sul campo.
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